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L’Italia nell’occhio del ciclone, fra titoli derivati, debito pubblico e Morgan Stanley

Fonte: http://tempesta-perfetta.blogspot.it

Pubblicato da  PIERO VALERIO
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Premetto subito che non sono un catastrofista, anzi ho molta fiducia nel popolo italiano e sono sicuro che in un modo o nell’altro l’Italia riuscirà a tirarsi fuori dal cuore della Tempesta Perfetta finanziaria in cui si trova da diverso tempo. Ma attenendomi ai fatti e alle evidenze scientifiche, posso senz’altro confermare che non saranno i metodi di Monti e della Fornero, né quelli imposti dalla Germania attraverso i patti di austerità intergovernativa, né le acrobazie monetarie della BCE a salvare l’Italia. Anzi. L’Italia rivedrà un po’ di luce quando il suo popolo avrà la forza e la capacità di mandare al diavolo il curatore fallimentare Monti, la fustigatrice Fornero, la tirannia della Germania, la BCE e tutta l’attuale classe dirigente che è stata complice e artefice diretta di tutte queste disgrazie.
Questo processo decisivo di rinnovamento, che per certi versi sarà anche più traumatico di quello attuale, a causa delle cure sbagliate viene solo rimandato di anno in anno, ma alla fine, quando tutti i nodi verranno al pettine, diventerà più che necessario, vitale. Chiunque abbia seguito con discreta attenzione l’evoluzione dei fatti, avrà già capito che l’odierna situazione di stabilità finanziaria, l’abbassamento dello spread e la rinnovata fiducia internazionale, è solo frutto di un’illusione ottica, di un inganno. L’Italia si è spostata lateralmente dalle ali vorticose dell’uragano fino al centro dell’occhio del ciclone, dove tutto sembra calmo, fermo, immobile. Ma se vorrà uscire definitivamente dalla tempesta furiosa da cui è circondata, l’Italia prima o dopo questa stessa tempesta dovrà affrontarla a viso aperto. E saranno dolori per tutti, soprattutto per chi non si è preparato a dovere per affrontare simili calamità.
Fatta questa premessa, ritorniamo ai fatti e iniziamo a parlare della faccenda più ingarbugliata e oscura di questi ultimi mesi: i titoli derivati gestiti fuori bilancio dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF, un tempo chiamato più brevemente Tesoro). Nel sito Icebergfinanza è stata ricostruita con buona dovizia di particolari tutta la vicenda, dall’articolo dell’Espresso dei primi di gennaio che svelava l’arcano fino alle ultime dichiarazioni dei dirigenti del MEF. In poche parole, l’Italia ha pagato ad inizio anno 2,567 miliardi di euro alla banca d’affari americana Morgan Stanley per chiudere una posizione in titoli derivati aperta nel lontano 1994, quando direttore del Tesoro era l’attuale governatore della BCE, Mario Draghi. E già qui arriva il primo sussulto, perché dove si mette Draghi esiste sempre la concreta possibilità di qualche intrigo o truffa internazionale della finanza.
Il nome di Mario Draghi, oltre a rientrare in tutte le vicende più inquietanti dell’Italia degli ultimi venti anni (vedi la storia del Britannia del 1992), era già stato tirato in ballo per la faccenda della falsificazione del bilancio della Grecia, ai tempi del suo ingresso nell’eurozona nel 2002, avvenuto grazie alle costose consulenze e agli artifici contabili dell’altra potente banca d’affari americana Goldman Sachs. Tuttavia siccome i fatti risalgono al 2001 e Draghi diventò vicepresidente per la “Europe-Goldman Sachs International aziende e debito pubblico” nel 2002, a quanto pare il suo coinvolgimento non sarebbe stato diretto; anche se appare chiaro che occupandosi in prima persona di debito pubblico dei paesi europei e di intermediazione e consulenza di strumenti finanziari per coprire artificialmente le magagne dei debiti, Mario Draghi fosse in qualche modo a conoscenza di ciò che era stato combinato in Grecia. Era pur sempre il vicepresidente europeo di Goldman Sachs e certe cose era tenuto a saperle.
Per rientrare nei rigidi parametri di bilancio di Maastricht, la Grecia nel giugno 2001 aveva sottoscritto con la Goldman Sachs un contratto derivato di swap sul cambio per coprire 2,8 miliardi di euro di debito inizialmente emesso in dollari e yen, sulla base di un tasso di cambio storico che non rispecchiava esattamente la realtà del mercato. Nello stesso tempo Goldman Sachs aveva prestato segretamente sotto banco i 2,8 miliardi di euro alla Grecia, per consentire di togliere quella voce dal bilancio ufficiale e di traferirla nella sezione molto opaca delle operazioni in derivati dello stato greco, il cui ammontare è difficilmente misurabile dato che le quotazioni non avvengono sui mercati regolamentati e cambiano rapidamente nel giro di pochi minuti. Il trucco riuscì perfettamente, la Grecia entrò nell’eurozona e sappiamo tutti come andò a finire.
Già nel 2005, quando i governanti della Grecia decisero di ristrutturare quella parte di debito, il prestito iniziale di 2,8 miliardi era diventato di 5,1 miliardi di euro, a tutto vantaggio di Goldman Sachs e a danno dei contribuenti greci. Senza contare la commissione da 600 milioni di euro che la Grecia aveva dovuto corrispondere a Goldman Sachs per la sola apertura del contratto. Un bell’affare non c’è che dire. Ora però nel caso greco abbiamo capito che si trattava di un prestito mascherato con titoli derivati swap, ma il pagamento dell’Italia di 2 miliardi e mezzo di euro a Morgan Stanley a che titolo è stato fatto? Si tratta di una semplice scommessa persa (?) oppure siamo ancora nel campo dei prestiti camuffati?
I responsabili del MEF hanno cercato di minimizzare e hanno detto candidamente che “si tratta dell’ unico caso di contratto accompagnato da una clausola rescissoria e non ne esistono altri” mentre il viceministro dell’Economia Vittorio Grilli ha aggiunto che “abbiamo ripagato un debito. L’ ultima cosa che possiamo fare sui mercati è non rispettare gli impegni”. Quindi è stato indirettamente ammesso che fra l’Italia e la banca Morgan Stanley esisteva un rapporto di debitore e creditore, cosa che invece non è prevista nei contratti derivati di tipo swap, che comportano soltanto dei flussi di pagamenti periodici in base all’esito di una particolare scommessa o previsione sull’andamento dei tassi di interesse (IRS, Interest Rate Swap) o dei tassi di cambio (CS, Currency Swap). In pratica questi titoli derivati swap servono a coprirsi da una variazione imprevista di un particolare tasso di interesse o di cambio, ma non prevedono alcuno spostamento del capitale sottostante (chiamato anche capitale nozionale) sul quale viene fatta la scommessa.


Pur ammettendo la necessità di uno stato di proteggersi dalle oscillazioni imprevedibili del mercato finanziario, a meno che l’Italia non abbia comprato questi titoli già esistenti sul mercato (cosa assai improbabile, dato che trattasi sempre di una nazione di elevata importanza strategica e finanziaria per qualsiasi banca d’affari) in questo caso siamo ancora nella stessa identica situazione greca. Morgan Stanley ha prestato all’Italia una certa quantità di soldi, che sono stati tolti dal passivo di bilancio ufficiale e  nascosti nella voce più nebulosa e fuori bilancio dei contratti derivati swap, e ora ha richiesto l’estinzione anticipata del prestito (avvalendosi della clausola concessa a sua tempo da Draghi), perché probabilmente non ha molta fiducia nella capacità dello stato italiano di ripagare tutti i suoi debiti.


Non c’entra niente il contratto swap, quello ero solo una copertura per eliminare una posta passiva di bilancio e per rendere artificialmente più sostenibile l’intero debito pubblico italiano, perché ripetiamo qualsiasi titolo derivato di tipo swap prevede dei flussi costanti di pagamenti in base all’andamento dei mercati, ma non comporta l’esistenza di una posizione creditizia e debitoria pregressa fra i due contraenti. Se l’Italia invece avesse già comprato sul mercato non regolamentato OTC (Over The Counter) questi titoli derivati, ora dovrebbe incassare vendendoli e chiudendo la posizione, e non pagare la banca intermediaria.


Nel caso in cui il MEF insistesse sulla linea poco credibile di semplici titoli derivati swap di copertura, allora i governanti dovrebbero comunicare l’importo totale del capitale nozionale sul quale è stato apposto questo strumento finanziario di salvaguardia, perché per perdere una scommessa da 2,567 miliardi di euro, il capitale sottostante deve essere veramente molto elevato. Magari i funzionari pubblici dovrebbero anche spiegare quali criteri hanno utilizzato per proteggersi dalle fluttuazioni del mercato, perché è chiaro che fare una scommessa sbagliata o poco coerente con i dati reali, come fece a suo tempo la Grecia, potrebbe essere il metodo più semplice per spillare soldi agli ignari cittadini e regalarli ai loro “amici” della finanza.


I più maliziosi infatti hanno già fatto notare che l’attuale direttore di Morgan Stanley in Italia è l’ex-direttore del Tesoro Domenico Siniscalco, dimostrando un’altra volta di più quale stretto legame esista fra la politica e finanza, dato che sempre più personaggi pubblici (Draghi, Monti, Passera, Prodi etc) utilizzano spesso questa porta girevole per entrare e uscire dai due mondi, come se fossero infine la stessa cosa. Visto come poi è andata a finire alla Grecia, il sobrio e trasparente governo Monti dovrebbe per correttezza informare i cittadini e l’opinione pubblica sull’entità di questi debiti mascherati, che come abbiamo verificato vanno pagati e anche in anticipo rispetto a tutti gli altri.


Siccome il primo ministro Monti è stato più volte accusato di avere diversi conflitti di interesse in questo campo, essendo stato per alcuni anni un consulente di Goldman Sachs, sarebbe auspicabile che facesse al più presto chiarezza sui motivi che hanno condotto l’Italia a privilegiare il pagamento anticipato di Morgan Stanley rispetto a tutte le altre urgenze sicuramente più importanti per ripianare il bilancio e ridare serenità e coesione sociale al paese. In mancanza di questa opera di pulizia e chiarimento, il sospetto che la tempestiva discesa in campo di Monti sia stata propiziata dall’impazienza dei grandi creditori internazionali di veder ripagati presto e subito i loro prestiti, prima di incorrere in qualche spiacevole evento o di subire delle sgradevoli perdite impreviste (vedi possibile ristrutturazione del debito italiano, in stile Grecia e forse anche Portogallo), cresce di giorno in giorno.


Se a questo aggiungiamo che il figlio di Monti, Giovanni, prima di diventare un top manager della Parmalat nel 2009, ha lavorato proprio per Citigroup e Morgan Stanley, i sospetti diventano quasi mezze certezze: senza fare troppi giri di parole, sembra quasi che l’interesse principale di questi oscuri tecnocrati bocconiani incapaci di fornire visioni di lungo periodo e di ampio respiro per l’Italia (chissà come mai) sia quello di rimborsare in fretta i loro grandi mecenati internazionali e poi di scomparire nell’ombra dei loro uffici blindati da dove sono venuti. Lasciando il resto dei problemi irrisolti sulle spalle di quelli che verranno e delle generazioni future. In stretta analogia con ciò che è avvenuto in Grecia, inizialmente i tecnocrati cercano di mantenere la nazione in stato di galleggiamento per avere il tempo di pagare i creditori più importanti e poi passano alle maniere più drastiche, per ristrutturare e rinegoziare la restante parte di debito che intanto continua a crescere inarrestabile.  


Ovviamente la stampa e le televisioni nazionali hanno trattato la notizia con la solita sufficienza, relegandola a qualche trafiletto a centro giornale o a un timido accenno durante trasmissioni come “Ballarò”, quando invece il caso doveva andare subito in prima pagina, con ripetuti titoli in tono allarmistico, perché nella situazione in cui si trova Italia, con un enorme debito pubblico ancorato ad una moneta straniera come l’euro, conoscere l’ammontare totale e veritiero del debito risulta determinante per capire quali sono le reali possibilità di ripresa della nazione.


A differenza delle nazioni sovrane in cui il debito pubblico è soltanto un numero scritto qua e là sui computer della banca centrale, in Italia, che non ha una sua moneta sovrana e nemmeno una banca centrale, i debiti vanno pagati fino all’ultimo centesimo prelevando i soldi dalle tasche dei contribuenti e i cittadini hanno quindi il diritto di sapere di che morte devono morire, non fosse altro perché già conosciamo cosa è accaduto in simili circostanze alla Grecia. E invece niente, tranne i soliti dati sul debito pubblico ufficiale, tutto ciò che sta fuori bilancio, compresi i titoli derivati, rimane nel limbo e viene gestito nel silenzio e nella riservatezza più assoluta, come se fosse un vero e proprio segreto di stato. I cittadini devono soltanto pagare e stare tranquilli, perché al massimo quello che potrà succedergli è di dover pagare ancora e ancora una volta, finchè non ci sarà più niente da rastrellare.


Per sapere approssimativamente le cifre di questa frazione di debito pubblico nascosto dobbiamo per forza riferirci ai giornali stranieri: secondo Bloomberg i cinque principali operatori di swap americani, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of America, Citigroup e JP Morgan Chase hanno complessivamente un’esposizione netta (con contratti ancora aperti) sui derivati con l’Italia di 19,5 miliardi di dollari, mentre le banche europee, da quello che è emerso dagli stress test di luglio scorso condotti dall’EBA (European Banking Authority) hanno posizioni aperte in titoli derivati con l’Italia per 31 miliardi di dollari.


Siamo però sempre nel campo delle ipotesi, perché attenendoci a ciò che avrebbe risposto il sottosegretario all’Istruzione, Marco Rossi Doria, durante un’interrogazione parlamentare, Reuters riporta che il MEF italiano detiene 160 miliardi di euro in titoli derivati a copertura del rischio di quasi la totalità delle obbligazioni statali emesse e in circolazione (1624 miliardi di euro): una cifra enorme che potrebbe spostare pesantemente gli equilibri finanziari italiani.


Per capire meglio il senso di questa ultima affermazione dobbiamo esaminare con attenzione in quale contesto si muove l’Italia in questo momento, in termini di solvibilità e accesso alla liquidità. In ambito europeo, già sappiamo che attualmente i metodi di salvataggio (firewall) messi a punto per le nazioni dell’eurozona più in difficoltà sono essenzialmente tre: fondi di salvataggio EFSF-ESM, FMI e BCE. Nella tabella sotto vengono riportate sinteticamente quali sono le disponibilità di copertura messe insieme dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, confrontate con le scadenze e i bisogni finanziari nei prossimi 5 anni delle nazioni periferiche dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) e assumendo che Italia e Spagna, ovvero le nazioni con il maggior livello di debito cumulato, non abbiano bisogno di finanziamenti straordinari prima del 2013.






Come si vede, alla fine del 2016, mancherebbero ancora 500 miliardi di euro di fondi, che né l’Unione Europea (nello specifico la Germania) né l’FMI sembrano intenzionati ad integrare, e in questo caso dovrebbe essere la BCE ad intervenire con nuove operazioni di rifinanziamento non convenzionali LTRO (Long Term Refinancing Operation), passando attraverso il collaudato metodo di sostenere indirettamente gli stati tramite il ruolo speculativo di intermediazione delle banche private. Sia chiaro però che tutti questi metodi di salvataggio prevedono soltanto la traslazione in avanti dei debiti maturati, ma non la risoluzione definitiva del problema debito, perché ognuna di queste controparti esaminate (Unione Europea, FMI, BCE e banche private) esigono che i nuovi prestiti rinnovati vengano onorati fino all’ultimo centesimo e a condizioni spesso ancora più severe.


Sappiamo infatti che l’unico metodo per stornare lentamente il debito di una nazione è quello di produrre anno dopo anno degli avanzi primari di bilancio (saldo positivo fra entrate fiscali e uscite correnti per spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito cumulato) da convogliare direttamente al pagamento del debito, e in questo campo specifico, a differenza di quello che viene sbandierato spesso sul conto dell’Italia come paese spendaccione, lo stato italiano ha avuto negli ultimi anni (a parte la caduta del 2009 dovuta alla crisi finanziaria internazionale) un comportamento più che virtuoso, paragonabile se non superiore a quello della stessa Germania (vedi grafico sotto, dove l’avanzo primario dell’Italia si posiziona sempre sopra o sullo stesso livello di quello tedesco).   




    
L’unica vera differenza con la Germania purtroppo è che l’Italia risulta gravata da un’enorme quota di interessi passivi sul debito (circa 70-80 miliardi l’anno), che vanificano qualsiasi sforzo in termini di avanzo primario e rendono quasi impossibile la ripresa economica (quella crescita tanto invocata dai menestrelli di regime come unica soluzione dei mali italiani). Se esaminiamo l’ultimo interessante grafico proposto dal FMI, dal 2007 al 2011 il principale veicolo (driver) di aumento del debito pubblico italiano sono stati unicamente le dinamiche di crescita del pagamento degli interessi, che da sole hanno pesato per circa il 15% in rapporto al PIL sull’aumento del debito pubblico complessivo. Soldi praticamente bruciati, che non mettono in moto nulla tranne i profitti degli operatori finanziari che ormai speculano abbondantemente sulle disgrazie dell’Italia.








Se guardiamo invece al comportamento della “virtuosaGermania, sempre negli ultimi  quattro anni, vediamo che il suo debito pubblico è aumentato di quasi il 20% (quindi più che in Italia) perché i tedeschi hanno utilizzato a piene mani la leva della spesa pubblica per finanziare le grandi banche nazionali (soprattutto Commerzbank e Deutsche Bank) e le imprese commerciali, queste ultime agevolate con diversi stimoli fiscali che vanno dalla riduzione delle imposte dirette e indirette, alle spese per investimenti fino al classico strumento del sussidio statale, che serve a tenere bassi i prezzi di vendita dei prodotti nazionali e mantenerli competitivi nei confronti della concorrenza. 


La Germania che predica tanto l’austerità al di fuori dei propri confini nazionali e l’inerzia dello stato rispetto alle leggi divine e sacre del libero mercato, in casa si è comportata in maniera del tutto opposta, diventando la più statalista delle nazioni europee. E ha fatto bene, aggiungo io, perché come spiegano tutti gli economisti di un certo livello o chiunque abbia letto anche solo vagamente le opere di John Maynard Keynes, l’utilizzo efficace della spesa pubblica in periodo di recessione è l’unico strumento davvero in grado di tenere in piedi la baracca. Non a caso, la Germania è stata una delle poche nazioni del mondo che è riuscita ad aumentare i suoi profitti commerciali in tempo di crisi.


Questa doppia faccia della Germania, austera fuori e spendacciona dentro, è uno dei tanti motivi per cui una nazione che avesse ancora a cuore il destino e il benessere dei propri cittadini, dovrebbe correre via a gambe levate dall’anomala unione monetaria in cui è stata incastrata dalla stessa Germania, dalla Francia e dai dirigenti mercenari italiani, che si sono venduti per quattro soldi per inseguire un disegno impossibile di stabilità e prosperità economica. Cosa credevano i vari Ciampi, Prodi, Andreotti quando firmavano i vari trattati dell’Unione Europea? Pensavano davvero che la Germania avesse rinunciato ai propri interessi nazionali e alle proprie inclinazioni mercantiliste di prima potenza commerciale, per venire incontro alle esigenze e ai piagnistei degli italiani?


Si sbagliavano, come si sbagliano adesso tutti quegli italiani che ancora si fanno incantare dai modi garbati e asciutti del professore Monti. E’ anche lui un mercenario bugiardo, al pari di tutti gli altri, perché non racconta mai come stanno veramente le cose e cerca di deformare la realtà in un modo ancora più ingegnoso e criminale. Il suo unico vero obiettivo è quello di garantire ai creditori un sicuro rimborso, a costo di estorcere con la forza e con l’inganno (vedi emissione dei BTP-Italia, che guarda caso hanno durata di quattro anni per coprire il periodo critico del fabbisogno finanziario fino al 2016) tutti i risparmi messi da parte dagli italiani durante anni di duro sacrificio e di lavoro.


Monti insieme alla sua banda di esattori entrerà casa per casa, negozio per negozio, per tirare via tutto ciò che abbia ancora un valore finanziario spendibile, e alla fine se sarà necessario pignorerà le case, i terreni privati, gli immobili e le nude proprietà dello stato per darli in dono a tutti gli investitori internazionali, che spesso sono gli stessi che in passato hanno speculato sulla sorte sciagurata dell’Italia, con la complicità dei politici corrotti e collusi, dei professori assoldati nelle università, della stampa compiacente e dei cittadini assenti e narcotizzati.


Da buon mercenario, l’unico controvalore che il professore Monti ha messo sull’altro piatto della bilancia, sfruttando le sopravvenute condizioni di ristrettezza in termini di lavoro, reddito e risparmio degli italiani, è l’arrivo dei capitali stranieri, che vengono continuamente evocati e invitati a venire in Italia per investire a prezzi di saldo, sia per quanto riguarda il capitale finanziario che umano. Una soluzione che per ovvie ragioni di bilancia dei pagamenti con l’estero, non sarà percorribile all’infinito, perché acuisce le sofferenze e le passività di bilancio dell’Italia con l’estero. Ogni investimento diretto straniero in aziende italiane equivale infatti alla vendita di un titolo di stato: l’Italia si indebita ancora di più con l’estero vendendo una sua attività (asset, titolo) e gli stranieri potranno guadagnare dalla rendita del loro capitale investito (profitto, interesse), facendo defluire sempre più soldi dall’Italia e dalle tasche degli italiani per andare ad arricchire altri paesi.


Le recenti dichiarazioni di Monti sulla mancanza di maturità degli italiani suonano come un violento schiaffo all’intelligenza degli ultimi veri cittadini rimasti, che non sono così stupidi da farsi turlupinare dagli artificiosi stratagemmi verbali del professore. Monti è furbo e sa che gli italiani soffrono e subiscono il fascino irresistibile e atavico del principe straniero, che arriva da lontano in groppa al suo cavallo bianco carico di oro e ricchezze per risolvere tutti i problemi finanziari e politici dell’Italia, senza passare per ciò che i cittadini del bel paese odiano sopra ogni cosa: l’assunzione di responsabilità e l’impegno a risolvere da soli, contando unicamente sulle proprie forze, le questioni interne.


Il mercenario Monti sta utilizzando la leva dello stato di necessità e delle debolezze intime degli italiani per portare a termine indisturbato i suoi programmi e tenere a galla l’Italia nell’occhio del ciclone per tutto il tempo sufficiente per garantire gli interessi di pochi privilegiati e le richieste dei più importanti creditori internazionali (che sono gli stessi poi che con i loro soldi garantiscono i privilegi della casta, dei Monti e figli, dei Siniscalco, dei Passera, dei Fornero, dei Veltroni, dei D’Alema e di questa ristretta cerchia di politicanti e venditori di fumo). Inutile ribadire che questi interessi purtroppo per noi non coincidono con nessuna delle nostre ultime vere speranze per uscire dalla crisi in corso, che invece passano per vie totalmente opposte e presuppongono non la sudditanza estera a tempo indeterminato ma la riconquista di una piena sovranità politica, economica e monetaria.


Per carità, come anticipato all’inizio, questa strada alternativa di rinnovamento epocale comporterà altrettanti sacrifici e sofferenze, ma almeno una volta fuori dalla tempesta, avremo la certezza di poter vivere e lavorare in un paese libero e sovrano e non in una terra di conquista di mercenari, satrapi e predoni stranieri d’assalto, dove vige soltanto la legge della giungla, del più forte e del più furbo. Più il tempo passa e più si avvicina il momento della scelta: vendersi allo straniero con un’etichetta del prezzo attaccata al collo oppure richiedere con forza il diritto sacrosanto e costituzionale di poter vivere in un paese che riesce ad autodeterminarsi per via democratica, dove finalmente potremo essere certi che i nostri sforzi e la nostra fatica servono a migliorare le condizioni di convivenza civile di tutti quanti e non a soddisfare i “mercati” o a ripagare i prestiti illegittimi e segreti di Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan e le parcelle milionarie dei loro emissari che per sbaglio o puro accidente hanno ancora la cittadinanza italiana sul passaporto.
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Categorie:Finanza
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