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Le privatizzazioni in Italia e la perdita della democrazia

“La privatizzazione è quel processo economico che sposta la proprietà di un ente o di un’azienda dal controllo statale a quello privato. Il Procedimento opposto è la nazionalizzazione o la municipalizzazione”

Correva l’anno 1992, quando su uno Yacht, in giro per il Mediterraneo la nostra nazione fu svenduta! Ai corti di memoria si rammenta che a bordo di quel “natante”, il Britannia, c’era anche il nostro caro Mario Draghi. Quell’incontro, secondo alcuni, fu l’inizio della pianificazione della svendita dell’industria Italiana.

Quello che accadde poi è cronaca:

Nel periodo dal 1991 al 2001 molte aziende sono state privatizzate:

  • ENI, di cui Goldman Sachs acquisì l’intero patrimonio immobiliare
  • le aziende controllate dall’IRI, tra cui la SME*(agroalimentare).

(*)Nel 1993 avviene la privatizzazione del gruppo Sme[senza fonte], azienda pubblica controllata dall’IRI con una quota del 64%. Nel luglio 1993, con la prima tranche della privatizzazione, relativa al settore surgelati e a quello dolciario del gruppo Sme, il gruppo svizzero Nestlé acquisisce i marchi Motta, Alemagna, La Cremeria, Antica Gelateria del Corso, Maxicono, Surgela, Marefresco, La Valle degli Orti, Voglia di pizza, Oggi in Tavola.

Le privatizzazioni furono realizzate tramite opportuni decreti che cambiavano la forma societaria delle aziende statali.

In particolare:

  • sulla base delle disposizioni dettate in materia di trasformazione degli enti pubblici economici contenute nell’art. 1 del D.L. 5 dicembre 1991 n. 386, convertito nella legge 29 gennaio 1992 n. 35, (trasformazione degli enti pubblici economici, dismissione delle partecipazioni statali ed alienazione di beni patrimoniali suscettibili di gestione economica) gli enti di gestione delle partecipazioni statali e gli altri enti pubblici economici, nonché le aziende autonome statali, possono essere trasformati in società per azioni (art. 1, 1° co, d. l. 5.12.1991, n. 386);
  • con il decreto n. 386/1991 il Governo ha stabilito, per la disciplina degli enti trasformati in società per azioni (enti di gestione delle partecipazioni statali e altri enti pubblici economici, nonché aziende autonome statali), un rinvio di disciplina alla fonte codicistica, fatta eccezione per la revisione del bilancio di esercizio;
  • il decreto n° 333 del 1992 ha trasformato in SpA le aziende di Stato IRI, ENI, INA ed ENEL;
  • l’Ente Ferrovie dello Stato (già ente pubblico economico istituito con la legge 17 maggio 1985 n. 210) è stato trasformato in società per azioni in forza della deliberazione C.I.P.E. del 12 agosto 1992, adottata a norma dell’art. 18 del D.L. 11 luglio 1992 n. 333, convertito nella legge 8 agosto 1992 n. 359;
  • con deliberazioni in data 18 febbraio 1993 e 2 aprile 1993, il C.I.P.E. ha stabilito i criteri per la trasformazione in s.p.a. dell’Azienda autonoma dei monopoli di Stato ed i criteri generali di riassetto del settore delle telecomunicazioni;
  • in data 30.12.1993 ha trovato conferma con delibera del Consiglio dei ministri, la dismissione totale della quota detenuta dell’Iri nel Credito italiano e di quella detenuta dall’Eni nel Nuovo Pignone. Ulteriore delibera del consiglio dei ministri ha disposto la dismissione da parte dell’Eni delle società controllate Agip e Snam, previa quotazione in borsa delle stesse;
  • con direttiva del 30.6.1993 il Presidente del consiglio dei ministri ha proceduto alla dismissione delle partecipazioni detenute dal tesoro in Banca commerciale italiana, Credito italiano, Enel, Imi, Stet, Ina ed Agip;
  • il d.l. n. 332 del 31.5.1994, conv. in l. n. 374 del 30.7.1994, ha unificato la normativa in tema di dismissione di partecipazioni dello Stato e degli enti pubblici in società per azioni;
  • la legge 8.8.2002, n. 178, ha disposto, all’art. 7, la trasformazione dell’Ente nazionale per le strade ANAS in società per azioni;
  • il decreto legislativo 18 novembre 1997, n. 426 ha proceduto alla trasformazione dell’ente pubblico “Centro sperimentale di cinematografia” nella fondazione “Scuola nazionale di cinema;
  • il d.lgs. 29 gennaio 1998, n. 19 ha disposto la trasformazione dell’ente pubblico “La Biennale di Venezia” in persona giuridica privata denominata “Società di cultura La Biennale di Venezia”, a norma dell’articolo 11, comma 1, lettera b), della L. 15 marzo 1997, n. 59;
  • il D.lg. 29 ottobre 1999, n. 419, art. 2 co. 1 tab. all. A, ha autorizzato la privatizzazione dell’intero sistema degli enti pubblici seguenti: Giunta centrale per gli studi storici, Deputazioni e società di storia patria Istituto italiano di numismatica, Istituto storico italiano per il medio evo, Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea ,Istituto italiano per la storia antica, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Ente per le ville vesuviane, Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”, Ente “Casa di Oriani”, Centro nazionale di studi leopardiani, Istituto di studi filosofici “Enrico Castelli”, Istituto italiano per la storia della musica, Istituto italiano di studi germanici (Roma), Istituto nazionale di studi verdiani (Parma), Centro nazionale di studi manzoniani (Milano), Ente “Casa Buonarroti”, (Firenze), Ente “Domus Galileana” (Pisa), Istituto “Domus mazziniana” (Pisa), Centro nazionale di studi alfieriani (Asti), Istituto nazionale di studi sul rinascimento (Firenze), Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (Milano), Istituto nazionale di archeologia e storia dell’arte (Roma), Centro internazionale di studi di architettura “Andrea Palladio” (Vicenza), Istituto internazionale di studi giuridici (Roma), Centro italiano di studi sull’alto medioevo (Roma), Erbario tropicale di Firenze, Ente nazionale della cinofilia italiana.

La privatizzazione, dunque, fu avviata (almeno ufficialmente) per un dupluce motivo: 1) sotto la spinta di ottenere maggiori profitti il privato si dimostrerà più efficiente dello Stato nell’amministrare attivamente le aziende, perseguendo scopi più  redditizi per le medesime, facendo diminuire le perdite e risanando debiti e bilanci a beneficio dei consumatori i quali si vedranno offrire un servizo o un bene qualitativamente migliore con costi relativi inferiori.   2) lo Stato con le privatizzazioni ricava utili e liquidità.

Quindi avete capito? Con la scusa di lasciare al privato la gestione delle aziende che prima erano dello Stato, per “migliorare” la qualità dei beni e dei servizi offerti ai citadini, si è dato in mano ad una elite di uomini il nostro patrimonio industriale, il cui unico scopo era quello di massimizzare i profitti, speculando all’inverosimile.

Per quanto la privatizzazzione si dovrebbe differenziare dalla liberalizzazione, che in teoria renderebbe più concorrente il mercato, de facto  privatizzazioni e liberalizzazioni hanno perseguito gli stessi scopi: arricchire le elite neo-mercanitili.

Nessun processo di democratizzazione è scaturito ad esempio dalle liberalizzazioni.

Ma il fatto più sconcertante è questo: le privatizzazioni sono servite allo Stato per fare liquidità.

Cooomeee? Perchè mai uno Stato a moneta sovrana, come lo era l’Italia con la Lira in quegli anni, doveva vendere le proprie industrieper fare “LIQUIDITA'”???

Vediamo incombere come una gigantesca nuvola nera gli spauracchi del DEBITO PUBBLICO e dell’INFLAZIONE. Noi sappiamo bene come stanno le cose! Altro che debito pubblico ed inflazione…

Una nazione con moneta sovrana NON DEVE vendere MAI le sue aziende per fare soldi. MAI! Deve semplicemente “stampare” moneta spendendola a deficit positivo per il settore “non governativo”, processo mediante il quale si deve tendere alla piena occupazione, al pieno stato sociale, alla piena istruzione, al pieno funzionamento del settore industriale… (vedere MMT per i duri di comprendonio!)

Tutte le nostre aziende potevano restare di proprietà dello Stato, potevano continuare con il loro ciclo di produzione semplicemente avendo come garante lo Stato stesso.

Ma quali perdite, ma quale miglior qualità dei beni e dei servizi… e soprattutto ma quale liquidità doveva fare lo Stato??????????????????

L’Europa e l’euro dovevano sopraggiungere, noi dovevamo soffrire. Punto. Questa è la verità. Le elite dovevano perseguire il loro piano neo-mercantile, neo-liberista, le politiche di spesa pubblica, quelle keynesiane, dovevano essere eliminate, abolite, perchè rappresentavano la vera forma di democrazia. La ricchezza non doveva essere redistribuita, la disoccupazione era necessaria per schiacciare le popolazioni, schiavizzarle, lo stato sociale doveva essere ridotto a condizioni da terzo mondo.

E tutto questo per il vantaggio di pochi, pochissimi uomini che attraverso i processi che abbiamo appena analizzato, attraverso la sottrazione della sovranità (soprattutto monetaria) agli Stati mediante l’approvazione di leggi e trattati “disumani”, dovevano raggiungere quel potere atavico dato dal dio denaro.

Ecco che in questo scenario le politiche monetarie sono vitali per la riacquisizione da parte degli stati e del popolo della propria democrazia. Il processo di democratizzazione deve partire dal basso, ci vuole quasi un atto di fede nel credere che il cambiamento sia possibile ma non dobbiamo perdere mai la speranza che ciò che ci è stato sottratto un giorno ci venga restituito. Dipende solo da noi!

Aldo.

Questo l’articolo apparso il 2 giugno 1992 sul Corriere della Sera a firma di Massimo Gaggi:

Convegno sul Britannia, sponsor la Regina

Manager ed economisti invitati a un dibattito sul Mediterraneo, a bordo dello yacht della famiglia reale inglese.

Manager ed economisti a spasso sul Mediterraneo discutendo di privatizzazioni TITOLO: Convegno sul Britannia, sponsor la Regina.

ROMA . “Il Maestro della Casa Reale ha avuto ordine dalla Regina di invitarla a bordo dello Yacht di Sua Maesta’ Britannia…”. Qualche giorno fa cento uomini d’ affari, economisti e opinion leader italiani hanno ricevuto questo aulico invito. Appuntamento fissato per stamattina alla banchina traianea del porto di Civitavecchia: imbarco a bordo del panfilo piu’ blasonato del mondo, due contrammiragli a dare il benvenuto, caffe’ . Una gita di lusso? Non proprio: le macchine fotografiche sono rigorosamente proibite, avverte l’ invito; il regale cartoncino, spesso come un foglio di compensato e ricamato in oro, non fa menzione di costumi da bagno, pinne e asciugamani da mare. Ma pare che anche questi articoli saranno messi al bando: mentre lo yacht fara’ rotta sull’ Argentario, gli invitati parteciperanno infatti (sottocoperta) ad un seminario sulle privatizzazioni. Un simposio che allineera’ una serie di relatori di grande prestigio: dal direttore generale del nostro ministero del Tesoro, Mario Draghi, al presidente della Banca Warburg, Herman van der Wyck, dal presidente dell’ Ina, Lorenzo Pallesi, a Jeremy Seddon, direttore esecutivo della Barclays de Zoete Wedd, passando per il direttore generale della Confindustria, Innocenzo Cipolletta. Solo una “passerella” di grande prestigio . dovrebbe essere presente anche Guido Carli . o l’ occasione per avviare informalmente tra manager pubblici, vertici del Tesoro e banche d’ affari europee un discorso sul collocamento internazionale del capitale delle aziende pubbliche che lo Stato ha deciso di vendere? “Un incontro sulle privatizzazioni che parte con l’ esibizione di una fregata non mi pare gran che promettente” ironizza un economista invitato al simposio. Ed in effetti il programma prevede che i convegnisti assistano, tra un cocktail ed un salatino, all’ esercitazione della fregata della Royal Navy, “HMS Battleaxe”. Ma, anche se in mancanza di un governo con i pieni poteri non sono immaginabili decisioni immediate, il momento per le privatizzazioni in Italia e’ cruciale e quindi il confronto non dovrebbe essere ozioso. Come si spiegherebbe altrimenti la decisione di Elisabetta II di prestare il Britannia, una barca che somiglia piu’ a un transatlantico che a un panfilo, ai British Invisibles, gli organizzatori del seminario? L’ unico dubbio riguarda l’ adesione dei convegnisti italiani. D’ accordo i power breakfast ai quali si sono abituati anche i manager lottizzati, pagando con epiche levatacce l’ esibizione di abitudini anglosassoni. Ma annegare nel traffico di Civitavecchia alle 8.30 del mattino e’ veramente dura. E poi c’ e’ quello strano invito firmato dagli “invisibili”: tra i prescelti c’ e’ chi, letto il nome del club, ha pensato ad un pesce d’ aprile con due mesi di ritardo. E restera’ a letto.

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  1. Fataturca
    maggio 22, 2012 alle 5:19 pm

    Ciao, sto più o meno esattamente affrontando la stessa questione nella mia tesi di laurea. Le privatizzazioni; premesso che non è che ne sia afferrata tantissimo in termini di politica economica, ti devo dire..leggendo un po di documenti, per esempio, l’ultimo della corte dei conti ““Obiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazioni pubbliche” Roma, 10 febbraio 2010, sembra emergere si un piano generali di dismissioni soprattutto delle pubbliche utilities (Enel, Eni, Telecom..) a discapito solo di un aumento tariffario, per gli utenti, cosi come per le operazioni bancarie.. Ma è anche vero che prima delle privatizzazioni, lo Stato Italiano era in palese conflitto di interessi (magari non meno di ora) rispetto alla proprietà, partecipazione azionaria e alla regolazione delle stesse aziende! Certo dal passare dal primo in europa per partecipazione pubblica nelle banche a ultima o quasi vuol dire che qualche altro buon interesse doveva esserci ed infatti mi trovi sostanzialmente d0accordo con il tuo discorso sui neo-mercantili.. Però effettivamente in ultima analisi, era la gestione che andava migliorata e regolamentata.. e forse nn per forza si doveva passare per la privatizzazione che poi mi pare di capire che per aziende come Poste, Telecom e altri cmq nn è stata totale.. Credo che il problema fondamentale in Italia sia la mancanza di responsabilità o per usare un termine tecnico di “accountability” cioè non solo la capacità tecnica e normativa di gestire, ma anche di risponderne.
    Ciao e grazie.

  2. maggio 22, 2012 alle 7:30 pm

    Innazitutto benvenuta nel blog!
    Il processo che ha dato il via alle c.d. privatizzazioni in Italia parte da lontano e lo si deve inquadrare in uno scenario molto più ampio. Lo scopo era il solito: sottrarre ricchezza ai cittadini, al popolo. Alimentare a dismisura le casse di spietati privati, De Benedetti docet!
    Vedi cosa dicono “quelli” dell’Istituto Bruno Leoni (think-tank liberale)
    Leggi quì:
    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=11406

    Perchè dici che lo Stato era in palese conflitto d’interessi?
    Quello che è mancato (come manca d’altronde ora!) era una politica etica, una sana gestione della cosa pubblica, mediante anche (se non soprattutto) la fattiva partecipazione della cittadinanza alla vita politica. Pensa a come sarebbe stata l’Italia se, con una moneta sovrana, avesse gestito correttamente la spesa pubblica per le “sue” aziende, garantendo e favorendo una piena occupazione. Guarda cosa dicono gli economisti americani della MMT? Nessun conflitto d’interessi tra Stato e settore industriale, anzi…

  3. Fataturca
    maggio 22, 2012 alle 8:32 pm

    Che strano…leggiamo più o meno le stesse cose!! Non so se è un bene, ma cmq l’ho letto appena ieri quell’articolo, così come sto studiando la MMT, (trascrivendomi già mezzo convegno di febbraio ma vabhè)..Mi sembra di aver capito, però che l’IBL è della cd “scuola Austriaca” cioè quella delle liberalizzazioni appunto, opposte da questo punto di vista almeno ai post-keynesiani della MMT. Quindi, non so se anche tu (come me all’inizio) stai correndo il rischio di confondere l’approccio o se comunque “senti solo più campane” il che è una metodologia perfetta per non essere di parte (ma cmq, certo, sviluppare una propria idea).
    Detto questo quando dico che lo Stato “era in conflitto di interesse”, mi riferisco alla pubblica amministrazione contemporaneamente nella posizione di proprietaria, soggetto titolare della politica industriale, regolatore e cliente, Non lo dico io lo dice “Il libro bianco” (Ministero del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione Economica 2001 p. 29, che però non specifica quali, e dice che successivamente alle riforme fu possibile separare per lo meno (come buoni risultati riscontrati) la separazione tra il M.Tesoro azionista e altri Ministeri alle politiche industriali. Io credo si riferisca per esempio a istituti come l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) criticato dopo un pò, perchè istituto pubblico (ma anche a carattere produttivo e di investimento) che per quanto tale soffriva della divisione tra interessi sociali ed interessi economici..Comunque magari mi sto sbagliando. In ogni caso, siccome bene o male porto avanti le tue stesse argomentazioni..mi chiedo alla fine (cosi come nella mia tesi di laurea) se effettivamente un ritorno allo Stato-nazione non significhi cmq in un certo senso isolazionismo, e se non sia il caso di creare una bella unione politica..(quello che la micidiale UE non ha per niente generato.. e se possibile, però garantendo la produzione di moneta pubblica e nazionale…volta non solo al pareggio di bilancio, ma anche alla stabilità dei prezzi e dei redditi..ci sto ragionando. Nel frattempo, ti consiglio questo interessante articolo 🙂 :
    http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/il-trilemma-della-politica-economica-europea/

  4. Fataturca
    maggio 22, 2012 alle 9:19 pm

    Comunque, volevo rettificare.. che alla luce delle privatizzazioni il solo risultato è quello infatti di garantire il monopolio sul capitale, da parte della finanza che può gestire questa gamma infinita di beni e attività, attraverso appunto il mercato dei capitali e la magia dei tassi di interesse(cosa che succede infatti facendo divenire società per azioni ciò che prima era pubblica utility..) . La stessa magia applicata alla moneta (privata)i cui prezzi sono proprio definiti sul mercato dei capitali. Va da se, che se è tutto regolato nell’iperuranio virtuale del credito e del mercato dei capitali.. non c’è più nè reale concorrenza, nè possibilità di risollevamento dell’economia reale, chè tutta un debito. Quindi tutto il sistema di austerity, patti di stabilità e vigilanza sui deficit sono tutta una truffa che come ben secondo me afferma la MMT non sarebbe necessario con la sovranità monetaria e ovvio.. una buona governance economica e politica a prescindere!! ; )

  5. maggio 22, 2012 alle 11:50 pm

    High octane capitalism ahead! Lo slogan imperante ed imperativo degli ultimi trent’anni. Ha ragione Barnard. Loro hanno vinto. E lo hanno fatto proprio attraverso il consenso del popolo… che paradosso! Povero Marx e povero Keynes, entrambi uccisi più e più volte.
    Dici bene, è tutta una grande, gigantesca truffa che attraverso la scuola austriaca e quella neo-classica di Friedman ha assunto dimensioni “lecite”, l’ignoranza ha fatto il resto!
    Ho letto l’articolo da te linkato e ovviamente conferma le mie tesi.
    Rifletti sulla natura dell’Euro. Perchè Francois Perroux nel 1943 pensò ad una moneta (l’euro!) con l’esplicito intento di “Togliere agli Stati la loro ragion d’essere”? Perchè l’unione Europea e l’Eurozona non hanno semplicemente adottato il sistema della confederazione di stati (tipo quello americano) con una moneta di “proprietà” di una banca centrale? Il sistema finanziario odierno, con la sua assoluta deregulation, con i suoi hedge fund, con i 1200 trilioni di derivati in tutto il mondo, è l’armageddon! Come ci siamo arrivati? Complicato dirlo… ma non troppo! Dunque la riflessione oggi è: dobbiamo far finta che “tanto primo o poi ci riprenderemo…” oppure essere drammaticamente realisti (non catastrofisti) e dire che forse un barlume di speranza per il nostro futuro esiste ma, come mai nella recente storia, tocca veramente alla volontà di ogni singolo individuo cambiare lo status quo, attraverso: a) una piena consapevolezza di quello che accade b) uno studio profondo, analitico e sistematico della situazione socio-economica, politico-monetaria c) individuata la fonte del problema, affrontare una serissima riflessione sulle metodologie da adottare per un’informazione capillare ed incisiva d) proporre, con rigore scientifico, un piano di azione che sia la convergenza di una efficace politica economico-monetaria e di una rinnovata e riformata politica, intesa come amministrazione della res publica, mediante la c.d. democrazia partecipativa attiva.

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