Finanza funzionale e debito pubblico di Abba P. Lerner

FINANZA FUNZIONALE E DEBITO PUBBLICO

di Abba P. Lerner

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Di seguito pubblico la prima parte della traduzione dello scritto di Abba P. Lerner del 1943 dal titolo “Functional Finance and the Federal Debt”. Sicuramente uno degli scritti fondamentali per capire la Teoria Monetaria Moderna.

Finanza funzionale e debito pubblico (parte prima)

Oltre alla necessità di vincere la guerra, oggi per la società non esiste priorità più importante che l’eliminazione dell’insicurezza sociale. Se noi falliremo in questo, dopo la guerra il presente pericolo per la civilizzazione democratica sorgerà nuovamente. E’ quindi fondamentale confrontarsi con questo problema anche se ciò implica ragionamenti meticolosi ed anche se le conclusioni si rivelassero, almeno in parte, contrarie alle nostre convinzioni.

Negli ultimi anni le regole in base alle quali un’azione appropriata del governo può assicurare la prosperità sono state adeguatamente sviluppate, ma i loro fautori non ne hanno compreso a fondo le implicazioni logiche e si sono preoccupati in maniera eccessiva di evitare al pubblico il necessario esercizio mentale necessario alla loro comprensione. Questo ha avuto un effetto controproducente. Molti uomini pubblici che hanno sperimentato nella realtà gli effetti positivi del disavanzo di bilancio si oppongono però al mantenimento permanente della prosperità perchè a causa della loro incapacità di capire l’esatto funzionamento di questo meccanismo sono facilmente spaventati dai fantasiosi racconti sulle sue terribili conseguenze.

I.

Così come formulata da Alvin Hansen ed altri che l’hanno sviluppata e divulgata, la nuova teoria fiscale (che fu inizialmente proposta in forma sostanzialmente completa da J.M.Keynes in Inghilterra) suona leggermente poco originale e bizzarra alle nostre orecchie precondizionate che non quando viene presentata nella sua forma più semplice e logica, formulando espressamente tutte le implicazioni non ortodosse. In alcuni casi una formulazione meno traumatica potrebbe essere intenzionale, una tattica per guadagnare una seria attenzione. In altri casi non è dovuta al desiderio di indorare la pillola ma al fatto che gli autori stessi non si sono resi conto di tutte le implicazioni non ortodosse, forse come conseguenza di un compromesso subconscio con la loro stessa educazione di tipo ortodosso. Ma al momento sono questi compromessi che sono sotto attacco. Ora più che mai è quindi il momento di porre il teorema nella sua forma più pura. Solo così sarà possibile sgombrare il campo da obiezioni che in realtà riguardano difficoltà che appaiono soltanto se la nuova teoria viene costretta nella struttura teoretica vecchia.

Fondamentalmente la nuova teoria, come quasi tutte le scoperte importanti, è estremamente semplice. Nonostante ciò è proprio questa semplicità che induce il pubblico ad essere diffidente. Addirittura professori eruditi che hanno difficoltà ad abbandonare modi di pensare radicati l’hanno definita “semplicemente logica” in quanto non hanno rilevato nessuna contraddizione. Il progresso che la teoria ha avuto fin qui è stato raggiunto non semplificandola ma rendendola più complicata e presentandola insieme a statistiche di grande effetto ancorchè irrilevanti.

L’idea centrale è che la politica fiscale del governo, la sua spesa e le sue tasse, i suoi debiti ed i suoi rimborsi di prestiti, l’emissione di nuova moneta ed il ritiro della stessa, dovrebbe essere adottata prendendo in considerazione esclusivamente i risultati di queste azioni sull’economia e non una qualsiasi dottrina tradizionale prestabilita su ciò che è solido e ciò che è malsano. Il principio di giudicare solo dagli effetti è stato applicato in molti altri campi dell’attività umana, dov’è conosciuto come il metodo scientifico in opposizione allo scolasticismo. Il principio di giudicare le misure fiscali in base agli effetti che producono nell’economia potremmo chiamarlo Finanza Funzionale.

La prima responsabilità finanziaria del governo (siccome nessun altro può assumersi questa responsabilità) è mantenere il tasso di spesa di un paese in beni e servizi nè maggiore nè minore del tasso col quale ai prezzi correnti acquisterebbe tutti i beni che è possibile produrre. Nel caso la spesa totale superi questo tasso ci sarebbe inflazione, se invece fosse inferiore ci sarebbe disoccupazione. Il governo può aumentare la spesa totale aumentando la spesa stessa o riducendo le tasse in modo tale che i contribuenti abbiano più denaro da spendere. Può ridurre la spesa totale riducendo la spesa stessa o aumentando le tasse in modo tale che i contribuenti abbiano meno denaro da spendere. In questa maniera la spesa totale può essere mantenuta al livello richiesto, dove sarà sufficiente ad acquistare i beni che possono essere prodotti da chiunque abbia intenzione di lavorare, ma non così grande da generare inflazione richiedendo (ai prezzi correnti) più di quanto può essere prodotto.

Applicando questa prima legge delle Finanza Funzionale, il governo può trovarsi nella situazione di incassare tramite la tassazione più di quanto spenda, o di spendere più di quanto incassi. Nel primo caso può accumulare la differenza o utilizzarla per ripagare parte del debito pubblico, nel secondo caso dovrà procurarsi la differenza prendendo denaro in prestito o creando nuova moneta. In nessun caso il governo dovrebbe pensare ci sia qualcosa di buono o di male al riguardo; dovrebbe semplicemente concentrarsi nel mantenere il tasso totale di spesa nè troppo basso nè troppo alto, prevenendo così sia la disoccupazione sia l’inflazione.

Un’interessante, e per molti sconvolgente, deduzione è che le tasse non sono mai imposte semplicemente perchè il governo deve affrontare dei pagamenti in denaro. Secondo i principi della Finanza Funzionale, la tassazione deve essere giudicata solo dai suoi effetti. I suoi principali effetti sono due: il contribuente ha meno denaro a disposizione da poter spendere ed il governo ha più denaro. Il secondo effetto potrebbe essere raggiunto molto più facilmente creando nuova moneta quindi solo il primo effetto è significativo. La tassazione dovrebbe essere quindi imposta solo quando è opportuno che i contribuenti abbiano meno denaro da spendere, per esempio quando altrimenti il loro livello di spesa sarebbe tale da generare inflazione.

La seconda legge della Finanza Funzionale è che il governo dovrebbe prendere in prestito denaro solo nel caso sia opportuno che il pubblico detenga meno denaro e più titoli di stato, perchè questo è l’effetto del debito pubblico. Questo potrebbe essere opportuno quando altrimenti il tasso di interesse si ridurrebbe troppo (a causa del tentativo da parte dei possessori di denaro di prestarlo) inducendo un aumento degli investimenti che genererebbe inflazione. Per converso, il governo dovrebbe prestare denaro (o rimborsare parte del suo debito) solo se fosse opportuno aumentare il denaro in circolazione o ridurre la quantità di titoli di stato nelle mani del pubblico. Quando la tassazione, la spesa, debiti e prestiti (o rimborsi dei debiti) sono governati dai principi della Finanza Funzionale, qualsiasi eccesso di spesa rispetto alle entrate, se non può essere finanziato dall’accumulo passato, deve essere finanziato dalla creazione di nuova moneta, ed ogni eccesso di entrate rispetto alle spese può essere distrutto o accumulato.

La repulsione quasi istintiva che noi abbiamo all’idea di creare nuova moneta, e la tendenza ad identificare ciò con l’inflazione, può essere superata se noi ritroviamo un certo equilibrio nel giudizio  e verifichiamo che questa creazione di moneta non incide sull’ammontare di denaro speso. Questo è regolato dalla prima legge della Finanza Funzionale, che fa riferimento all’inflazione ed alla disoccupazione. La creazione di moneta avviene solo quando è necessaria per implementare la Finanza Funzionale spendendo o prestando denaro (o rimborsando debito pubblico).#1

In breve, la Finanza Funzionale rifiuta completamente le dottrine tradizionali di “finanza solida” ed il principio di pareggio di bilancio nell’anno solare o in qualsiasi altro periodo di tempo arbitrario. Al loro posto prescrive: primo, la regolazione della spesa totale (di tutti gli attori economici, governo incluso) al fine di eliminare sia la disoccupazione che l’inflazione, usando la spesa pubblica quando la spesa totale è troppo bassa e la tassazione quando la spesa totale è troppo alta; secondo, la regolazione della moneta e dei titoli pubblici in circolazione, tramite l’incremento o il rimborso del debito pubblico, al fine di raggiungere il tasso di interesse necessario al mantenimento di un livello di investimenti ottimale; e, terzo, la creazione, accumulazione o distruzione di moneta necessaria per implementare le prime due parti del programma.

#1 Prendendo in prestito denaro dalle banche, a condizioni che permettano alle banche di creare nuova moneta di credito basata sull’aumento delle obbligazioni pubbliche in loro possesso, ai nostri fini deve essere condiderato come creazione di moneta. In effetti le banche agiscono in vece del governo della creazione di credito o moneta bancaria.

Finanza funzionale e debito pubblico (parte seconda)

La seconda parte della traduzione del breve scritto di Abba P. Lerner “Functional Finance and the Public Debt”.

II.

Nel giudicare le esposizioni degli economisti riguardanti questa materia è difficile distinguere tra il tatto nel limare gli aspetti più sorprendenti della Finanza Funzionale e la mancanza di chiarezza da parte di chi non realizza pienamente le implicazioni contenute nelle proprie formulazioni relativamente ortodosse. Inizialmente ci furono i “pump-primers”, secondo i quali il governo avrebbe dovuto semplicemente dare la spinta iniziale all’economia che si sarebbe poi sviluppata autonomamente. Ai nostri giorni sono però rimasti in pochi. Una formula in qualche modo simile fu sviluppata da economisti scandinavi nei termini di alcune serie di cicli di capitale e di bilancio che avrebbero dovuto essere in pareggio non annualmente ma nel lungo periodo. Come la formulazione dei “pump-primers”, la loro formulazione è fuorviante in quanto non esiste nessun motivo per sostenere che delle politiche fiscali che realizzino la piena occupazione e prevengano l’inflazione debbano necessariamente pervenire ad un pareggio di bilancio nell’arco di un decennio piuttosto che durante un anno o alla fine di ogni trimestre.

Appena questo fu compreso, la mancanza di una garanzia che nemmeno nel lungo periodo il mantenimento della prosperità avrebbe permesso al bilancio di risultare in pareggio, si ammise che il risultato avrebbe potuto essere un debito pubblico in continuo aumento (se la spesa aggiuntiva fosse stata finanziata da un aumento del debito pubblico e non dalla creazione di nuova moneta). A questo punto due cose avrebbero dovuto essere chiare: primo, che questa possibilità non implica nessun pericolo per la società, non importa quanto grande possa diventare il debito pubblico, fintantochè la Finanza Funzionale avesse mantenuto il livello di domanda aggregata appropriato al prodotto corrente; secondo (anche se molto meno importante), che nel lungo termine esiste una tendenza automatica al pareggio di bilancio in conseguenza all’applicazione della Finanza Funzionale, anche se non viene applicato il principio del pareggio di bilancio. Non importa il livello degli interessi che devono essere pagati sul debito, la tassazione non deve essere applicata a meno che sia necessaria per abbassare il livello di spesa e prevenire l’inflazione. Gli interessi possono essere pagati aumentando il debito.

Fino a quando il pubblico è disponibile a prestare denaro al governo non sussiste alcuna difficoltà, non importa quanti zeri possiamo aggiungere al debito pubblico. Se il pubblico diventasse refrattario nel continuare a prestare denaro esso dovrebbe accumulare o spendere il denaro stesso. Nel caso il pubblico lo accumuli, il governo può creare il denaro necessario a pagare gli interessi e gli altri impegni di spesa, e l’unico effetto sarebbe il possesso di denaro anzichè di titoli di stato da parte del pubblico evitando al governo l’onere del pagamento degli interessi. Nel caso il pubblico lo spenda, questo aumenterebbe il livello di spesa totale annullando la necessità del governo di indebitarsi a questo fine; nel caso il livello di spesa aumentasse troppo, allora sarebbe il momento di aumentare la tassazione per prevenire l’inflazione. I proventi possono poi essere usati per pagare gli interessi o rimborsare il debito pubblico. In ogni caso la Finanza Funzionale prevede una risposta semplice e quasi-automatica.

Ma tutto ciò non fu capito o fu considerato troppo sorprendente o razionale per essere spiegato al pubblico. Invece venne sostenuto, per esempio da Alvin Hansen, che finchè sussiste un rapporto ragionevole tra debito pubblico e prodotto interno, gli interessi sul debito avrebbero potuto essere pagati agevolmente attingendo alla tassazione derivante dall’aumento del prodotto creato dal disavanzo di bilancio stesso.

Questa inutile “arrendevolezza” ha aperto la strada ad una critica estremamente efficace alla Finanza Funzionale. Anche coloro i quali hanno una comprensione chiara del meccanismo attraverso il quale la spesa pubblica durante le fasi di depressione può aumentare il reddito nazionale di varie volte l’aumento della spesa pubblica stessa, e che comprendono perfettamente che il debito pubblico, quando non è nei confronti di altri paesi, non è un onere per la nazione come invece un debito personale verso altri individui grava sull’individuo che lo ha contratto, si sono schierati fermamente contro il “disavanzo di bilancio”. E’ stato sostenuto che “sarebbe impossibile concepire un programma più adatto ad indebolire sistematicamente il sistema di intrapresa privata ed a provocare la catastrofe finale che il “disavanzo di bilancio”.”#2

Queste obiezioni si basano sul fatto che nonostante ogni dollaro speso dal governo possa creare parecchi dollari di reddito nel corso di uno o due anni, gli effetti successivamente spariscono. Da questo ne consegue che se il prodotto interno deve essere mantenuto ad un livello elevato il governo deve aumentare il suo contributo di spesa finchè la spesa privata è insufficiente da sola ad assicurare la piena occupazione. Questo può significare una persistenza continuata del disavanzo di bilancio (anche se non necessariamente ad un tasso crescente); e se, come la formulazione “arrendevole” sostiene, tutta questa spesa è finanziata dal debito, il debito continuerà a crescere finchè il rapporto tra debito e prodotto supererà un livello “ragionevole”.

Questo porta al punto cruciale del dibattito. Se gli interessi sul debito devono essere finanziati dalla tassazione (di nuovo una tesi che non viene contrastata dalla formulazione “arrendevole”) diverrebbero nel tempo una frazione significativa del reddito nazionale. Il notevole livello di tassazione necessario per raccogliere questa ingente somma di denaro e destinarla al pagamento degli interessi ai detentori di titoli pubblici ridurrebbe il rendimento netto degli investimenti ad un livello tale che gli investitori non sarebbero compensati dal rischio di perdere il proprio capitale, deprimendo così gli investimenti privati. Questo renderebbe necessario un ulteriore disavanzo fiscale da parte del governo per mantenere alto il livello di reddito e di occupazione. Dopodichè una tassazione maggiore sarebbe necessaria per pagare gli interessi sull’ulteriore debito pubblico, fino a che il peso della tassazione diverrebbe tale da rendere gli investimenti non redditizi, e l’economia di intrapresa privata collasserebbe. Le aziende e le società private sarebbero costrette al fallimento dall’insostenibile livello di tassazione, ed il governo sarebbe costretto a nazionalizzare tutta l’industria.

Questa discussione non è nuova. Le identiche calamità, anche se stanno ricevendo oggi molta più attenzione che abitualmente, furono previste quando la prima tassa sul reddito di un centesimo ogni sterlina fu proposta. Tutto ciò rende solamente più importante la valutazione della validità della critica.

#2 Un esempio eccellente di ciò è il convincente articolo di John T. Flynn in Harper’s Magazine del Luglio 1942.

Finanza funzionale e debito pubblico (parte terza)

Terza parte della parte della traduzione del breve scritto di Abba P. Lerner “Functional Finance and the Public Debt”.

III.

Ci sono quattro errori principali in questa critica al disavanzo di bilancio, quattro ragioni per cui le sue apparenti conclusioni si rivelano illusorie.

Innanzitutto, la stessa alta tassazione sul reddito che ridurrebbe il rendimento dell’investimeno è deducibile in misura pari alla perdita che è incorsa nel caso l’investimento si rivelasse un fallimento. Il risultato sarebbe che il rendimento netto sul rischio di perdita del capitale non cambia per effetto della tassa sul reddito, indifferentemente da quanto alta essa può essere. Consideriamo ad esempio un investitore che guadagna 50000 dollari all’anno e che ne ha risparmiati 10000 da investire. Al 6% il rendimento sarebbe di 600 dollari, ma dopo aver pagate le tasse del 60% sul suo reddito gli rimarrebbero solamente 240 dollari. Si dice, quindi, che egli non investirebbe perchè il rendimento non è sufficiente rispetto al rischio di perdere i 10000 dollari. Questa argomentazione dimentica che se i 10000 dollari vengono persi completamente, la perdita netta dell’investitore, dopo aver conteggiato le deduzioni sul reddito, sarebbe soltanto di 4000 dollari, ed il rendimento sull’importo che egli effettivamente rischia è sempre il 6% ovvero 240 dollari su 4000. L’effetto della tassazione sul reddito è trasformare l’uomo ricco in una specie di agente che lavora per la società su commissione. Egli riceve soltanto una parte del rendimento del suo investimento, ma perde solamente un parte del denaro che ha investito. Ogni investimento conveniente in assenza di una tassazione sul reddito rimane conveniente in presenza della stessa.

Ovviamente questa obiezione alla critica è vera solamente nel caso la perdita sia deducibile al 100% dal reddito imponibile, dove lo sgravio avvenga allo stesso tasso della tassazione del rendimento. Ci sono validi argomenti contrari ad alcune limitazione alla deducibilità delle perdite dal reddito imponibile, ma questo è oggetto di altre discussioni. Una parte della critica rimane nel caso la perdita fosse tale da modificare la classe di reddito al ribasso, dove la deduzione (e la tassazione) sarebbero ad un tasso inferiore. In questo caso ci sarebbe una riduzione del rendimento netto in relazione alla potenziale perdita netta. Ma questo varrebbe soltanto per quegli investimenti così rilevanti da poter impoverire l’investitore in caso di fallimento. Proprio per questo motivo furono istituite le società, rendendo possibile per molti individui l’associazione al fine di intraprendere degli investimenti rischiosi senza mettere del tutto a rischio le proprie fortune personali. Ma senza ricorrere alle società, il problema potrebbe essere risolto quasi completamente se l’aliquota massima di tassazione fosse raggiunta ad un livello di reddito relativamente basso, poniamo 25000 dollari all’anno (basso, in intende, dal punto di vista dell’uomo ricco il quale si suppone sia la fonte del capitale di rischio). Anche se tutto il reddito in eccesso ai 25000 dollari venisse tassato al 90% non ci sarebbe nessun disincentivo all’investimento di qualsiasi parte di reddito oltre quel livello. E’ vero, il rendimento netto, dopo il pagamento delle tasse, sarebbe solamente il 10% degli interessi nominali percepiti, ma il capitale messo a rischio dall’investitore sarebbe anch’esso solamente il 10% del capitale effettivamente investito, e quindi il rendimento netto sul capitale effettivamente investito dall’investitore risulterebbe invariato.

In secondo luogo, questa critica al disavanzo di bilancio durante le depressioni sarebbe indifendibile anche se il danno portato dal debito fosse così grande come viene suggerito. Deve essere ricordato che la spesa pubblica aumenta il prodotto interno reale di beni e servizi di alcune volte l’ammontare speso dal governo, e che l’onere non si misura dall’ammontare degli interessi che debbono essere pagati ma soltanto dagli inconvenienti che implica il processo di trasferimento di denaro dai contribuenti ai detentori di titoli pubblici. Quindi obiettare al disavanzo fiscale è come sostenere che se venisse offerto un lavoro ad un disoccupato alla condizione che egli pagasse un interesse a sua moglie sullo stipendio guadagnato (o che la moglie lo pagasse a lui) sarebbe più saggio per lui rimanere senza lavoro, perchè presto egli diventerebbe debitore di un importo notevole verso sua moglie (o la moglie lo diventerebbe verso di lui), e questo potrebbe causare in futuro delle difficoltà al matrimonio. Anche se il pagamento degli interesse diventasse realmente una perdita per la società, invece che essere semplicemente un trasferimento all’interno della società stessa, sarebbe comunque un danno molto inferiore del danno derivante dalla disoccupazione. Quest’ultimo sarebbe molte volte superiore al capitale sul quale dovrebbero essere pagati gli interessi.

In terzo luogo, non c’è alcun motivo per sostenere che il governo debba finanziare l’intero ammontare degli interessi sul debito pubblico attraverso la tassazione. Abbiamo visto che la Finanza Funzionale permette la tassazione solo nel caso gli effetti diretti delle tasse sono nell’interesse pubblico, come nel caso prevengano un eccesso di spesa o un eccesso di investimenti i quali potrebbero causare inflazione. Se le tasse imposte per prevenire l’inflazione non sono sufficienti, gli interessi sul debito debbono essere finanziati dalla creazione di nuova moneta. Non c’è alcun rischio di inflazione in questo, perchè nel caso questo rischio esistesse un ammontare maggiore sarebbe risultato necessario.

Questo significa che l’ammontare assoluto del debito pubblico non ha alcuna importanza, e che qualsiasi sia l’importo degli interessi sul debito che devono essere corrisposti, questi non costituiscono alcun gravame per la società nel suo complesso. Un esercizio estremo di fantasia può illustrare meglio la situazione. Supponiamo che il debito pubblico raggiunga la strepitosa somma di diecimila billioni di dollari (che significa dieci trillioni di dollari, 10000000000000 dollari), per cui gli interessi sono 300 billioni all’anno. Supponiamo che il prodotto interno lordo reale di beni e servizi che potrebbero essere prodotti dall’economia in un regime di piena occupazione sia di 150 billioni. Gli interessi varrebbero da soli una volta e mezza l’intero prodotto nazionale. Non c’è dubbio che un debito di queste dimensioni verrebbe definito “insostenibile”. Ma anche in questo esempio di fantasia gli interessi sul debito non gravano sulla società. Anche se il prodotto reale è soltanto 150 billioni di dollari il reddito monetario è di 450 billioni, 150 billioni di reddito dal prodotto di beni e servizi e 300 billioni di reddito dal possesso dei titoli di stato che costituiscono il debito pubblico. Di questo reddito di 450 billioni, 300 billioni saranno riscossi tramite la tassazione per far fronte al pagamento degli interessi sul debito (se dieci trillioni è il limite legale del debito), e dopo il pagamento delle tasse rimarrebbero 150 billioni di dollari nelle mani dei contribuenti, ciò sarebbe sufficiente per l’acquisto di tutti i beni e servizi che l’economia è in grado di produrre. Quindi non sarebbe di nessuna utilità per il pubblico avere denaro in eccesso dopo il pagamento delle tasse, perchè se venissero spesi più di 150 billioni di dollari questo avverrebbe necessariamente aumentando il prezzo dei beni acquistati. Non sarebbe possibile ottenere più beni da consumare di quanti il paese è in grado di produrre.

Sicuramente questo esempio non può essere utilizzato per insinuare che un debito di queste dimensioni è il probabile risultato dell’applicazione della Finanza Funzionale. Come verrà dimostrato successivamente, esiste una tendenza naturale del debito pubblico ad arrestare la propria crescita molto prima di raggiungere le cifre astronomiche dell’esempio.

La tesi infondata che gli interessi sul debito debbano essere finanziati attraverso la tassazione deriva dall’idea che il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno debba essere mantenuta ad un livello “ragionevole” o “sostenibile” (qualsiasi esso sia). Se questa restrizione viene accolta, bisogna astenersi dall’indebitarsi per pagare gli interessi appena questo livello viene raggiunto, e se escludiamo, come prassi malsana, la possibilità di creare moneta, rimane solamente la possibilità di finanziare il pagamento degli interessi attraverso la tassazione. Fortunatamente non c’è alcuna necessità di accettare queste limitazioni finchè la Finanza Funzionale tiene sotto controllo l’inflazione, perchè è il richio di inflazione l’unica causa razionale che impedisce la creazione di nuova moneta.

Infine, non c’è alcuna ragione per presumere che, come risultati di una prolungata applicazione della Finanza Funzionale per il mantenimento della piena occupazione, il governo debba sempre indebitarsi maggiormente aumentando così il debito pubblico. Vi sono molteplici motivi di ciò.

Primo, la piena occupazione può essere realizzata creando moneta, e questo non aumenta il debito pubblico. E’ probabilmente consigliabile, comunque, consentire al debito ed alla massa monetaria di crescere entrambi bilanciandosi, fintantoche uno o l’altra debba crescere.

Secondo, siccome uno dei più grandi deterrenti per gli investimenti privati è la paura che sopraggiunga una depressione prima che l’investimento sia stato ripagato, la garanzia di una piena occupazione renderebbe gl investimenti privati molto più appetibili, una volta che gli investitori abbiano superato la loro diffidenza verso il nuovo meccanismo. Più grandi saranno gli investimenti privati meno sarà il bisogno di ricorrere al disavanzo di bilancio.

Terzo, mentre il debito pubblico aumenta, e con esso l’ammontare della ricchezza privata, ci sarà un aumento degli introiti derivanti dalle tasse su redditti ed eredità maggiori, anche nel caso le aliquote rimangano inalterate. Questo aumento delle tasse non rappresenta una riduzione della spesa da parte dei contribuenti. Pertanto il governo non è costretto ad utilizzare questi fondi per mantenere un adeguato tasso di crescita, e può utilizzarli per il pagamento degli interessi sul debito pubblico.

Quarto, mentre il debito pubblico aumenta esso agisce come una forza auto-perequativa, diminuendo gradualmente l’ulteriore bisogno di una sua crescita e raggiungendo infine un livello di equilibrio dove la sua tendenza a crescere termina completamente. Più grande è il debito pubblico, più grande è la ricchezza privata. La spiegazione a questo è semplicemente che per ogni dollaro di debito che il governo deve a qualcuno corrisponde un creditore privato che detiene l’obbligazione governativa (a volte attraverso una società della quale possiede delle quote), e che considera queste obbligazioni come parte del suo patrimonio privato. Più grande è la ricchezza privata minore è l’incentivo ad incrementarla risparmiando parte del reddito. Siccome il risparmio corrente è influenzato dall’ammontare accumulato con i risparmi precedenti, la parte di reddito destinata alla spesa aumenta (in quanto la spesa è l’unica alternativa al risparmio). Questo aumento della spesa privata rende meno necessario per il governo il ricordo al disavanzo fiscale per mantenere la spesa al livello al quale assicuri la piena occupazione. Quando il debito pubblico è abbastanza grande che la spesa privata sia sufficiente a provvedere al mantenimento della piena occupazione, non c’è alcun bisogno per alcun disavanzo fiscale del governo, il bilancio è in pareggio ed il debito pubblico automaticamente smette di crescere. Questo livello di equilibrio dipende da molti fattori. Può solamente essere ipotizzato, ed in una maniera piuttosto approssimativa. La mia ipotesi è che esso sia tra i 100 billioni ed i 300 billioni di dollari. Siccome questo livello è il risultato e non un presupposto della Finanza Funzionale, la sua grandezza non ha importanza; non è necessaria la sua conoscenza per l’applicazione delle leggi della Finanza Funzionale.

Quinto, se per qualsiasi ragione il governo non voglia che la ricchezza privata cresca troppo (sotto forma di titoli di stato o in altri modi) può mantenere il controllo della stessa attraverso una maggiore tassazione sui redditi più alti invece che ricorrere all’indebitamento, tramite il suo programma di finanziamento della spesa per il mantenimento della piena occupazione. I ceti abbienti non diminuirebbero la loro spesa in maniera significativa, e quindi gli effetti sull’economia, oltre al minore debito, sarebbero gli stessi che nel caso di un nuovo indebitamento. In questa maniera il debito può essere ridotto a qualsiasi livello desiderato e può essere mantenuti a questo livello.

Le risposte alla critica del disavanzo fiscale possono essere così riassunte:

Il debito pubblico non deve necessariamente continuare a crescere;

Anche nel caso il debito pubblico cresca, gli interessi su di esso non devono necessariamente essere finanziati dalla tassazione corrente;

Anche nel caso gli interessi sul debito fossero finanziati attraverso la tassazione corrente, le tasse costituirebbero solamente l’interesse su di una sola frazione del beneficio derivante dalla spesa pubblica, e non spariscono dalla nazione ma vengono semplicemente trasferiti dai contribuenti ai detentori di titoli pubblici;

La tassazione sui redditi alti non deprime gli investimenti, perchè appropriate detrazioni dell’eventuale perdita diminuirebbero l’effettivo capitale di rischio dell’investitore nella stessa proporzione della riduzione del rendimento netto dell’investimento.

Finanza funzionale e debito pubblico (parte quarta)

Quarta ed ultima parte del saggio di Abba P. Lerner.

IV.

Se i concetti alla base della Finanza Funzionale fossero stati presentati senza la paura di apparire troppo rigorosi, le critiche come quelle discusse in precedenza non sarebbero così popolari come lo sono ora, e non sarebbe necessario difendere la Finanza Funzionale dai propri stessi amici. Un argomento estremamente imbarazzante deriva dalla tesi che la Finanza Funzionale (o il disavanzo fiscale, come è frequentemente chiamato in maniera infelice) è inannzitutto una difesa dell’intrapresa privata. Nel tentativo di guadagnare popolarità alla Finanza Funzionale, sono stati attribuiti altri nomi ed è stato dichiarato che essa è essenzialmente rivolta a salvare l’iniziativa economica privata. Io stesso ho sbagliato in alcuni manoscritti precedenti identificando la stessa con la democrazia,#4 arruolandomi all’esercito dei piazzisti che avvolgono le proprie merci con una bandiera e associano qualsiasi cosa abbiano da vendere ad una vittoria o una morale.

La Finanza Funzionale non ha una relazione speciale con la democrazia o con l’intrapresa privata. Essa è applicabile ad una società comunista nella stessa maniera che ad una società fascista o ad una società democratica. E’ applicabile a qualsiasi società nella quale la moneta venga usata come un elemento importante del meccanismo economico. Essa consiste nel semplice caposaldo di disfarsi dei propri preconcetti su cos’è appropriato o sano o tradizionale, su cosa “è stato fatto”, ed invece prendere in considerazione gli effetti prodotti sull’economia dalla tassazione, dalla spesa e dai debiti e prestiti del governo. Il che implica l’utilizzo di questi strumenti semplicemente come strumenti, e non come magici incantesimi che causerebbero misteriosi danni nel caso fossero manipolati dalle persone sbagliate o utilizzati in maniera non tradizionale. Come qualsiasi altro meccanismo, la Finanza Funzionale funziona indipendentemente da colui che ne muove le leve. Il suo rapporto con la democrazia e la libera impresa consiste semplicemente nel fatto che se le persone che credono in questi valori non utilizzeranno la Finanza Funzionale, nel lungo periodo non avranno speranza nei confronti di chi ne farà uso.

#4 In “Total Democracy and Full Employment”, Social Change (Maggio 1941)

Fonte: http://monetamoderna.blogspot.it/

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  1. marzo 12, 2013 alle 11:51 pm

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