Moneta-merce? Metallismo vs nominalismo, parte uno

Di L. Randall Wray
Traduzione a cura di Marco Sciortino

La scorsa settimana ho asserito che il denaro non è mai stato una forma di moneta-merce, piuttosto è sempre stato una promessa liberatoria (in inglese: “IOU”, “I Owe You”, letteralmente sta per “Io Ti Devo”, cambiale, ndt) da parte dell’emittente. Essenzialmente, una moneta d’oro non è altro che una cambiale dello Stato che viene stampata in oro. È solamente un “simbolo” dell’indebitamento dello Stato, nient’altro che una registrazione di quel debito. Lo Stato deve obbligatoriamente riprendersi indietro la sua cambiale nei pagamenti verso di esso.
“Le tasse fanno funzionare la moneta” — Queste “monete-oggetti” sono accettate perché ci sono le tasse a sostenerle (cioè a garantire la loro accettazione, ndt), non perché esse siano state impresse in oro. Come promesso, questa settimana comincerò a provare di confutare la tesi secondo la quale il denaro soleva essere “moneta-merce”. La prossima settimana completeremo del tutto la discussione.
In questo corso base (“primer”, ndt) non voglio approfondire la storia economica (siamo più interessati a come “lavora” la moneta al giorno d’oggi). Tuttavia, ciò non significa che la storia non abbia importanza, né dovremmo ignorare come le nostre vicende del passato influiscano su come noi vediamo la moneta oggi. Per esempio, una convinzione comune (accettata come vera dalla maggioranza degli economisti), è che la moneta assunse come forma primitiva quella di merce. I nostri antenati avevano i mercati, ma essi scambiavano in un’inconveniente forma di baratto fino a che a qualcuno non venne l’illuminante idea di scegliere una merce a fungere da mezzo di scambio. Agli inizi queste merci potrebbero essere state anche delle graziose conchiglie di mare ma, attraverso una sorta di processo evolutivo, i metalli preziosi furono scelti come moneta-merce più efficiente.

Ovviamente, il metallo aveva un suo valore intrinseco, ovvero era richiesto per altri scopi. (E se prendiamo la teoria marxiana del valore, possiamo dire che il metallo aveva un valore nella misura in cui esso doveva essere estratto e raffinato.)
In ogni caso, quel valore intrinseco impartiva valore al metallo coniato. Ciò aiutò a prevenire l’inflazione (che è la perdita del potere d’acquisto della moneta di metallo nei confronti di altre merci) dato che il denaro poteva sempre essere fuso e venduto come metallo prezioso. Ci sono poi racconti di tutti i tipi riguardo a come il governo svalutò il valore delle monete (dalla riduzione del contenuto di metallo prezioso) causando inflazione.

Più tardi, il governo emise moneta cartacea (o monete divisionali metalliche di valore intrinseco molto piccolo) ma promettendo di convertirla in metallo. Nuovamente, ci sono molte storie su come il governo andò in default facendo ciò. E, finalmente, terminiamo con la odierna “moneta fiat”, con niente di “vero” a supporto. Ed è così che otteniamo la Repubblica di Weimar e lo Zimbabwe, con veramente nulla che supporti il denaro, che così è soggetto a provocare iperinflazione non appena il governo ne stampi fin troppo. La qual cosa ci conduce al rimpianto della mania dell’oro: se solamente potessimo tornare indietro alla “vera” moneta base: l’oro.

In questa sede, non possiamo fornire un dettagliato resoconto storico per screditare le tradizionali narrative riguardo alla storia della moneta. Lasciateci invece fornire la visione d’insieme di una alternativa.

Per prima cosa abbiamo bisogno di prendere nota che la moneta di conto è vecchia di parecchie migliaia d’anni, almeno quattro millenni e probabilmente anche più. (Il termine “modern” in “modern money theory” proviene dall’affermazione di Keynes che la moneta è stata moneta di Stato almeno per i passati 4000 anni.) Sappiamo questo perché abbiamo, ad esempio, le tavole d’argilla della Mesopotamia che registrano valori in termini di moneta, insieme con le liste dei prezzi in quella moneta di conto.

Sappiamo anche che le origini più remote della moneta sono strettamente collegate ai debiti e alla tenuta di registri contabili, e che molte delle parole associate con moneta e debito hanno un significato religioso: debito, peccato, rimborso, redenzione, “fare tabula rasa” (in inglese: “wiping the slate clean”, ndt) e Anno del Giubileo. Nel linguaggio aramaico parlato da Cristo, la parola “debito” è la stessa usata per “peccato”. Il passo del “Padre Nostro” che è normalmente interpretato per leggere “forgive us our trespasses” (“rimetti a noi i nostri debiti”, ndt) potrebbe essere altrettanto ben tradotto come “i nostri debiti” o “i nostri peccati” o, come dice Margaret Atwood, “i nostri debiti peccaminosi”.*

Le registrazioni dei crediti e dei debiti erano più simili ai moderni impulsi elettronici, incise sull’argilla piuttosto che sui moderni nastri delle calcolatrici. E tutte le primitive unità della moneta avevano nomi derivanti dalle misure delle principali derrate di grano (quanti quintali di orzo equivalente furono dovuti in cambio, posseduti e pagati). Tutto questo è più coerente con la visione del denaro come unità di conto, come rappresentazione del valore sociale e come un “Io Ti Devo” piuttosto che come una merce.
Oppure, come dicono i sostenitori della MMT, la moneta è un “gettone”, come il biglietto per l’appendiabiti di un locale che può essere utilizzato per ritirare il proprio cappotto, alla fine della rappresentazione dell’opera.

Infatti, il termine “pawn” in “pawnshop” (“monte di pietà”, “banco dei pegni”, ndt) deriva da “pledge” (“pegno”, “garanzia”, ndt), come per la garanzia rilasciata con un buono dal negozio il quale poi si ricompensa con l’oggetto rilasciato. San Nicola è il santo patrono dei monti di pietà (e, appropriatamente, dei ladri), mentre il “Vecchio Nick” (“Old Nick” è uno degli epiteti inglesi del diavolo, ndt) si riferisce al diavolo (da ciò, l’abito rosso e la fuliggine del camino) al quale abbiamo impegnato le nostre anime. Il divieto di desiderare la donna altrui del Decimo Comandamento (che comprende anche lo schiavo maschio o femmina, o bue, o asino, o alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo) non ha niente a che vedere con il sesso o l’adulterio, quanto piuttosto con il ricevimento di essi come garanzia per il debito. Di contro, Cristo è conosciuto come “il Redentore” — l’“Espiatore dei peccati” (letteral. “Sin Eater”, “mangiatore di peccati”, si riferisce all’eucaristia dell’ultima cena, ndt) che assolve i pagamenti dei debiti che non possiamo redimere, una tradizione molto più antica che sta dietro alla pratica del sacrificio umano per ricambiare gli dei (il “mangiare i peccati” era una pratica diffusa già tra gli aztechi, ndt).*

Tutti noi conosciamo il monito di Shakespeare “non chiedere né dar danaro in prestito”, allo stesso modo di come la religione tipicamente vede sia il “diavolo” creditore e sia il debitore che “vende la sua anima” per garantire dalla schiavitù da debito la moglie ed i figli, come peccaminosi, se non altrettanto, almeno simultaneamente corrotti, uniti nella schiavitù terribile. Solo la “redenzione” può liberarci dai debiti dell’umanità dovuti al peccato originale di Eva.

Sicuramente, per la maggioranza dell’umanità oggi, è dal peccato/debito originale verso l’esattore delle tasse, piuttosto che verso il Vecchio Nick, che non possiamo fuggire. Il Diavolo teneva i primi libri paga, annotando attentamente le anime acquisite e solamente la morte poteva “fare tabula rasa” poiché “la morte paga tutti i debiti”. Ora noi abbiamo l’esattore delle tasse, che come la morte è l’unica cosa certa nella vita.
Tra le due, avevamo le tavole d’argilla della Mesopotamia che registravano i debiti ed i crediti nella moneta di conto del Tempio o poi del Palazzo per i primi pochi millenni, dopo la moneta fu inventata come misura universale dei nostri multipli ed eterogenei peccati.

Le prime monete furono create migliaia di anni dopo, nella più grande regione greca (per quanto ne sappiamo, in Lidia nel 7° secolo a.C.). E nonostante tutto ciò, è stato scritto circa le monete, che esse sono raramente state più che una proporzione molto piccola delle “monete-oggetti” coinvolte nella finanza e nel pagamento del debito. Per la maggior parte della storia europea, ad esempio, i tally stick, le cambiali e le “schede bar” (“bar tabs”, ndt) ( (di nuovo, il riferimento a “fare tabula rasa” è rivelatore, cosa che potrebbe non essere fatta per un anno o due al pub, dove la birraia teneva i conti) hanno fatto la maggior parte di quel lavoro.

Invero, fino a tempi molto recenti, la maggior parte dei pagamenti fatti alla Corona Inglese erano nella forma di tally stick (la promessa di pagamento propria del Re, registrata in forma di tacche a Hazelwood), il cui uso è stato interrotto solamente nel XIX secolo (con un risultato catastrofico: lo Scacchiere li aveva gettati nel forno con entusiasmo tale che il Parlamento è stato raso al suolo da parte di quei diabolici esattori delle tasse!). Nella maggioranza dei regni, la quantità di denaro era così poca che poteva essere (e fu) frequentemente richiamata ad essere fusa per la riconiazione.
(Se ci pensate, richiamare tutte le monete allo scopo di fonderle per la riconiazione sarebbe un’attività molto strana e senza senso se le monete sono state già valutate dal metallo incorporato!)

Allora cosa erano le monete e perché contenevano metallo prezioso? A dire il vero, non lo sappiamo.
La storia della moneta è “persa nella notte dei tempi quando il ghiaccio si stava sciogliendo … quando il tempo era delizioso e la mente libera di essere fertile di nuove idee, nelle isole delle Esperidi o di Atlantide o di qualche Eden dell’Asia centrale”, come Keynes chiosò. Possiamo solo fare congetture.

Una ipotesi riguardo alla Grecia arcaica (la madre sia della democrazia che della coniazione, quasi certamente le due cose sono collegate in qualche maniera) è che le élite avevano quasi monopolizzato i metalli preziosi, che erano importanti nei loro circoli sociali legati tra loro dallo “scambio gerarchico di doni”, esse erano oltre l’agorà (la piazza del mercato) e ostili alle nascenti poleis (forma di governo democratica di città-stato). Secondo lo studioso classico Leslie Kurke, le prime monete coniate delle poleis erano utilizzate per “rappresentare la rivendicazione dello Stato della sua massima autorità di costituire e regolare il valore in tutte le sfere nel quale operava lo scopo generale della moneta… Perciò lo stato diffuse la coniazione come equivalente universale, così come l’agorà cittadina in cui circolavano, simboleggiavano la fusione in un unico simbolo o luogo di molte cerchie di valori, il tutto sotto l’autorità finale della città.” ** L’utilizzo di metalli preziosi fu un consapevole disturbo contro l’astuzia delle élite che ponevano grande valore simbolico nel metallo prezioso. Dalla coniazione del loro metallo prezioso, per l’uso nelle case chiuse dell’agorà da parte dei meri cittadini comuni, la polis deturpò lo scambio gerarchico di doni delle élite, appropriandosi del metallo prezioso, e con il suo timbro affermando la sua massima autorità.

Così come la polis usava le monete per i propri pagamenti ed insisteva nei pagamenti in denaro, essa impartì la sua sovranità anche nel commercio al dettaglio dell’agorà. Allo stesso tempo, l’agorà ed il suo uso della moneta coniata sovvertirono gli scambi gerarchici di doni, proprio come un trasferimento di tasse e pagamenti regolari ai funzionari cittadini (nonché sanzioni severe applicate ai funzionari che accettavano doni) sfidando l’ordine “naturale” che si basava sui doni e sui favori. Come Kurke sostiene, dal momento che le monete non sono altro che simboli dell’autorità della città, potrebbero essere state prodotte con qualsiasi materiale. Tuttavia, poiché gli aristocratici misuravano il valore di un uomo dalla quantità e dalla qualità del metallo prezioso che aveva accumulato, la polis era obbligata a coniare monete di alta qualità, invariabili nel titolo. (Si noti che l’oro è chiamato il metallo nobile perché rimane lo stesso nel tempo, come il re; il metallo coniato aveva bisogno di essere altrettanto invariabile.) I cittadini delle poleis, dalle loro associazioni con moneta di alta qualità e uniformità (e nei testi letterari del tempo, la “tempra” del cittadino era testata dalla qualità della moneta emessa dalla sua città) ottennero eguali condizioni; dal provvedere ad una misura standard di valore, la coniazione rese il lavoro misurabile e in questo senso essa fu un’innovazione egalitaria.

Da allora in poi, le monete comunemente contennero metallo prezioso. Roma ha continuato la tradizione, e la tesi di Kurke è coerente con l’affermazione di Sant’Agostino, che ha dichiarato che, proprio come le persone sono le monete di Cristo, le monete in metallo prezioso di Roma rappresentano una visualizzazione del potere imperiale, eseguendo inesorabilmente gli ordini dell’imperatore proprio come il rispettoso fare di Cristo.*** Si noti, ancora una volta, il legame tra moneta e religione.
Ok questo ci fa giungere al tempo dei romani. La prossima settimana esamineremo la coniazione da Roma fino ai tempi moderni.

Riferimenti:
*Payback: debt and the shadow side of wealth, by Margaret Atwood, Anansi 2008.
**Coins, Bodies, Games, and Gold, by Leslie Kurke, Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1999; xxi, 385; paper $29.95 (ISBN 0-691-00736-5), cloth $65.00 (ISBN 0-691-01731-X).
***Se qualcuno conosce la fonte per il confronto di Sant’Agostino tra persone e monete, si prega di fornirla. Ringrazio Chris Desan, David Fox, e gli altri partecipanti di un recente seminario all’Università di Cambridge per la discussione che traggo qui.

Fonte: http://nsgaravatti.blogspot.it

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