Moneta-merce? Metallismo vs nominalismo, parte due

Di L. Randall Wray
Traduzione a cura di Marco Sciortino

La scorsa settimana abbiamo esaminato le origini del denaro, sostenendo che la coniazione sia uno sviluppo relativamente recente. Sin dagli inizi, il denaro ha avuto un contenuto di metallo prezioso. Abbiamo esaminato un’ipotesi per ciò, poiché dal punto di vista della MMT, la “moneta oggetto” è semplicemente un “gettone” o una registrazione di un debito. Se ciò è vero, perché “stampare” la registrazione in metallo prezioso? Per migliaia di anni, i debiti vennero registrati nell’argilla, nel legno o nella carta. Come mai il mutamento? Abbiamo sostenuto che le origini del denaro nella Grecia arcaica devono essere poste nello specifico contesto storico di quella società. L’utilizzo del metallo prezioso non fu una coincidenza, ma non era nemmeno coerente con la visione della moneta-merce. Mentre è vero che l’utilizzo di metalli preziosi era importante e probabilmente persino cruciale, questo per motivi sociali ed era legato alla ascesa della democratica polis. Questa settimana esaminiamo la coniazione dai tempi dei romani fino al presente nella società occidentale.

Anche le monete romane contenevano metallo prezioso. Ma ci sono davvero pochi dubbi circa il fatto che il Diritto Romano ha adottato quello che viene chiamato “nominalismo” — il valore del denaro viene determinato dalle autorità, non dal valore del metallo incorporato in esso (denominato “metallismo”). Il sistema monetario era ben regolato e sebbene il contenuto di metallo prezioso cambiava attraverso le coniazioni, non c’erano problemi significativi con il deprezzamento o con l’inflazione. Nel Diritto Romano, si poteva depositare un sacco di particolari monete (in sacculo) e quando si doveva rimborsare si potevano richiedere gli stessi soldi indietro (vindication). Tuttavia, se si doveva una somma di denaro (anziché monete specifiche), si doveva accettare in pagamento qualsiasi combinazione di monete offerte, che erano “moneta del regno” — monete ufficialmente sancite con il pagamento forzato in tribunale (condictio).

Questa pratica continuò per tutto il periodo moderno, nel quale si depositavano in custodia sia sacchi sigillati di monete (e si potevano richiedere esattamente le stesse monete indietro nel sacco ancora sigillato), sia monete sfuse (nel qual caso, tutte le monete legali dovevano essere accettate). Per cui, il “nominalismo” prevalse in generale sebbene quella che appare una forma di “metallismo” si applicava alle specifiche monete in sacculo.*

In realtà, ciò aveva più a che fare con la considerazione che le monete erano un “bene mobile personale”, qualcosa nel quale il titolare aveva un interesse patrimoniale. Tuttavia, una volta che le monete sfuse del titolare venivano mischiate con altre monete, non vi era “nessun marchio” — nessun modo di determinare la specifica titolarità e dunque il richiedente aveva solamente la pretesa di essere ripagato nella moneta legale — la legalis moneta Angliae, per esempio in Inghilterra, che fu istituita per essere una somma di “sterline”. Non v’era nessuna sterlina in moneta (invero, l’Inghilterra non coniò neppure la Sterlina, la sua moneta di conto), piuttosto, i debiti venivano pagati dal fornire l’appropriata somma di monete dichiarate moneta legittima dalla Corona — e poteva includere monete straniere — al valore nominale dettato dal re.

Le autorità che emettevano moneta erano libere di cambiare il contenuto di metallo ad ogni coniazione; le punizioni per il rifiuto di ricevere la moneta del sovrano in pagamento nel valore stabilito dal sovrano erano severe (spesso, la morte). Ancora, v’è il paradosso storico che quando il re veniva pagato in denaro (in tributi, multe e tasse), lo avrebbe pesato — e rifiutato o accettato ad un valore inferiore le monete che pesavano meno. Se le monete erano veramente valutate nominalmente, perché la seccatura di pesarle? Perché l’emittente — il re — sembrava avere un doppio criterio, uno nominalista, uno metallista?

Nella circolazione privata, i venditori favorivano anche le monete “forti” — quelle che pesavano di più, o che erano di titolo più alto (più contenuto di metallo prezioso). Essi certamente non volevano trovarsi nella situazione di provare da loro ad effettuare pagamenti alla Corona con monete di basso peso. Per cui, opererebbe una “legge di Gresham”: ognuno voleva pagare in monete “leggere”, ma essere pagato in “monete forti”. C’era quindi un’ovvia preoccupazione sul contenuto metallico delle monete, e abbastanza accurate (e piuttosto minuscole) bilance venivano prodotte e vendute individualmente per pesare le monete. Questo fa sembrare ai moderni storici (ed economisti) che il “metallismo” regnava: il valore delle monete era determinato dal contenuto di metallo.

E tuttavia vediamo nei tribunali sentenze che sono sintomo che la legge preferisce un’interpretazione nominalista: qualsiasi moneta legale doveva essere accettata. E troviamo re che imponevano lunghi periodi di prigione (la sentenza di solito serviva “al piacere del re” — un bel modo di metterla! Si può solo immaginare il piacere del Re nel detenere indefinitamente coloro che rifiutavano le sue monete), o la morte, per il rifiuto di qualunque moneta giudicata legale. Sembra tutto così confuso! Era nominalismo o era metallismo?

Il pezzo finale del puzzle sembra essere questo: fino a quando le moderne tecniche di coniazione furono inventate (inclusa la fresatura e lo stampaggio), era relativamente facile “ritagliare” le monete — tagliare una parte del metallo fuori dal bordo. Potevano anche essere raschiate per raccogliere granelli di metallo. (Addirittura il regolare consumo e lo spacco riducevano rapidamente il contenuto di metallo; le monete d’oro in particolare erano delicate. Per quella ragione erano a mala pena adatte come un “efficiente mezzo di scambio” — ancora un altro motivo per dubitare della versione metallista.

Ecco perché il re le pesava, per verificare se fossero state ritagliate. (Come potete immaginare le sanzioni per il ritaglio erano severe, inclusa la morte.) Se non lo avesse fatto, sarebbe stato vittima della legge di Gresham; ogni volta che riconiava avrebbe avuto meno metallo prezioso con cui operare. Ma siccome egli pesava le monete, anche tutti gli altri hanno dovuto evitare di essere dal lato sbagliato della legge di Gresham. Di nuovo, lungi dall’essere un “efficiente mezzo di scambio”, riteniamo che l’uso di metalli preziosi ha impostato una dinamica distruttiva che si sarebbe risolta definitivamente solamente con il passaggio alla moneta cartacea! (In realtà, persino la carta è meno dell’ideale; probabilmente alcuni lettori avranno riscontrato problemi nel farsi accettare i soldi di carta vecchi — come capitò persino a me in Italia prima che adottasse l’euro — secondo le dinamiche della legge di Gresham. Grazie al cielo per i computer, i colpi di tastiera e i led.)

I re rendevano talvolta quelle dinamiche peggiori — dal rimangiarsi la loro promessa di accettare i loro vecchi pagherò (IOUs, soldi, si veda la prima parte… ndt) coniati, al precedente accordo in merito al valore. Questa era la pratica del “lasciar addormentare” (“crying down”, letteralm. sarebbe “far smettere di piangere”, ma il crying down è una tecnica per imparare ai bambini ad addormentarsi da soli, ndt) le monete. Fino a tempi recenti, le monete non avevano il valore nominale stampato su di esse — valevano quello che il re diceva valere nelle sue “pay houses”. Per raddoppiare efficacemente la pressione fiscale, egli poteva annunciare che tutte le monete in circolazione valevano la metà del loro precedente valore. Dal momento che questa era la prerogativa del sovrano, i titolari potevano affrontare qualche incertezza in merito al valore nominale. Questo fu un altro motivo per accettare solo le monete forti — indipendentemente da quanto il re lasciava addormentare le monete, il valore di fondo sarebbe stato uguale al valore del contenuto metallico. Normalmente, tuttavia, le monete circolerebbero al più alto valore nominale imposto dal sovrano, e sarebbero imposte con la forza dal tribunale e dalla minaccia di severe punizioni per il rifiuto di accettarle a quel valore.

C’è anche un aspetto in più nella storia. Con l’ascesa dei predecessori regali alla nostra moderna situazione, vi erano i doppi e correlati fenomeni del mercantilismo e delle guerre estere. All’interno di un impero o di uno stato, i pagherò del sovrano sono sufficienti “monete oggetti”: talmente tanto che il sovrano li prende in pagamento, ed i suoi sudditi o cittadini li accetteranno pure. Qualsiasi “gettone” lo sarà — può essere metallo, carta, o impulsi elettronici. Ma al di fuori dei confini dell’autorità, i meri gettoni potrebbero non essere accettati affatto. In alcuni aspetti, il commercio internazionale e i pagamenti internazionali sono più simili al baratto a meno che non ci sia qualche “gettone” universalmente accettato (come il dollaro USA oggi).

Mettiamola in questa maniera: per qual motivo qualcuno in Francia dovrebbe volere il pagherò del nemico giurato della Francia, il re d’Inghilterra? Al di fuori dell’Inghilterra, le monete del re potrebbero circolare al valore del metallo prezioso contenuto in esse. Il metallismo come teoria potrebbe ben applicarsi come una sorta di soglia minima al valore del pagherò di un re: nel peggiore dei casi, in valore non può diminuire tanto al di sotto del contenuto d’oro, in quanto può essere fuso come lingotto.

E ciò ci conduce alla politica del mercantilismo, e anche alla conquista del Nuovo Mondo.
Per quale ragione una nazione dovrebbe volere esportare i propri prodotti, solamente per avere ricavi in oro e argento in modo da riempire i forzieri del Re? E perché la corsa al Nuovo Mondo per ottenere oro e argento? Perché l’oro e l’argento erano necessari per condurre le guerre estere, le quali richiedevano l’assunzione di eserciti mercenari e l’acquisto di tutte le scorte necessarie per mantenere quegli eserciti nelle terre straniere. (L’Inghilterra non aveva enormi aeromobili per paracadutare le truppe e scortarle in Francia — invece essi assumevano truppe continentali e compravano le scorte dagli allestitori locali.) Vi era un simpatico circolo vizioso in tutto ciò: le guerre venivano combattute sia per che con l’oro e l’argento!

E ciò per un disordine monetario nel paese d’origine. Il sovrano era sempre a corto di oro e argento, pur cui aveva un forte incentivo nel deprezzare la valuta (per preservare metallo prezioso per finanziare le guerre), mentre preferiva i pagamenti nelle monete più forti. La popolazione aveva un forte incentivo nel rifiutare le monete leggere nei pagamenti, mentre faceva incetta di monete forti. Oppure, i venditori potevano provare a mantenere due tipi di prezzi — uno più basso per le monete forti ed uno alto per le monete leggere. Ma ciò significava scherzare col fuoco.

Il disordine fu risolto solamente molto gradualmente con l’avvento dei moderni stati nazionali, una chiara adozione del nominalismo nella coniazione, e — finalmente — con l’abbandono del fenomeno a lungo praticato di includere metallo prezioso nelle monete.

E con ciò otteniamo finalmente il nostro “efficiente mezzo di scambio”: pure cambiali registrate elettronicamente. Le monete in metallo prezioso erano sempre registrazioni di cambiali, ma erano imperfette. E i ragazzi hanno indotto in errore gli storici e gli economisti!

Dichiaratamente, non ho ancora sviluppato un argomento approfondito circa il fatto che la moneta deve essere un pagherò, non una merce. Abbiamo bisogno di più elementi costitutivi prima.

Riferimenti
* Ringrazio Chris Desan, David Fox, e gli altri partecipanti di un recente seminario all’Università di Cambridge per la discussione che traggo qui.

Fonte: http://nsgaravatti.blogspot.it

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